ROMA - 07 March, 2005
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Randolph
Langenbach : Piranesi, invenzioni al digitale
ROMA: Rivisitate, all'Accademia di San Luca, le incisioni sulla
Roma antica stravolta da paesaggi inesistenti. Performance di
Langenbach che «completa» i disegni del veneziano
Gli edifici antichi si accalcano, nell'Iconografia del Campo
Marzio disegnata da Giovanni Battista Piranesi, come fantastici,
simmetrici microcosmi che prolificano senza relazione tra loro.
Ogni occasione offerta dalle rovine reali viene amplificata,
moltiplicata a dismisura fino a coprire, per intero, la
millenaria ansa del Tevere con un densissimo tessuto
d'incredibili invenzioni antiquarie dove l'occhio stupito
dell'osservatore non trova mai riposo. Perfino la fonte
letteraria diviene pretesto e basta il cenno di Plinio ad un
orologio solare perché nasca, a ridosso del mausoleo d'Augusto,
un'immaginaria, colossale macchina architettonica: la Roma
settecentesca di Piranesi è, in realtà, un progetto moderno, un
magma visionario dove la fascinazione delle rovine antiche
confluisce in paesaggi a volte del tutto inesistenti, come le
suggestioni della Mole Adriana e del Tabularium che si fondono
nelle «Carceri d'invenzione».
Venerato dagli artisti anglosassoni fin dai tempi del Grand
Tour, Piranesi è stato, venerdì scorso, oggetto di un'insolita
celebrazione all'Accademia di San Luca dove l'architetto
americano Randolph Langenbach ha presentato The Piranesi
Project, performance basata su proiezioni, citazioni, commenti,
concepita nel quadro del Rome Prize Fellowship dell'American
Academy in Rome. La vocazione piranesiana di Langenbach è
dimostrata dalle tante vedute d'archeologia industriale prodotte
nel corso della sua passata attività di fotografo, dove ombre
lunghe di pilastri e luci radenti sulle murature sembrano
dilatare spazi, alterare prospettive.
In un processo inverso alla deformazione della realtà,
Langenbach impone ora alle fotografie digitali della Roma
contemporanea di coincidere con i disegni d'invenzione
piranesiani, facendo confluire in una sola immagine temerarie
fughe prospettiche le quali, multiple e astratte, costringono
l'occhio e l'intelligenza a smentirsi reciprocamente. Le
ossessive tessiture delle acqueforti si distendono così in lente
diffrazioni, si trasformano in forme che alludono alla realtà
senza mai riprodurla per intero.
L'esperimento, del resto, non poteva trovare terreno migliore
del disegno pastoso delle incisioni piranesiane che si forma
come la materia muraria che è chiamato a rappresentare: per
strati successivi, ripetute morsure di acido sul rame,
sottrazioni violente. Le costruzioni di Langenbach, che non
reclamano valore scientifico, forniscono la straordinaria
emozione artistica di un completamento dei disegni di Piranesi,
come se le settecentesche nebulose di segni, provvisoriamente
coagulate nell'immagine fantastica delle rovine, trovassero oggi
una conclusione nella rappresentazione digitale delle murature.
Ma il passaggio del tempo mostrato dalle raffinate dissolvenze,
fa anche emergere il progressivo, drammatico distacco della Roma
antica da quella contemporanea, il moderno isolamento delle
rovine dal proprio tessuto. Estraneo alla classicità razionale e
cristallina di Winckelmann che guarda all'arte greca, Piranesi
ci ricorda, infatti, un'antichità contaminata dalla vita e dal
suo fluire nel tempo, un paesaggio, tutto romano, distrutto nei
secoli successivi da quella progressiva monumentalizzazione
dell'antico, come ha commentato Giorgio Ciucci, i cui guasti
continuano a prodursi anche ai nostri giorni. A farci riflettere
è, ancora, l'occhio che guarda Roma dall'esterno. Dell'americano
Langenbach, questa volta, che, come in un gioco di specchi,
osserva Roma attraverso gli occhi del veneziano Piranesi.
Giuseppe Strappa